| Chi era G.Belli |
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| Sabato 13 Giugno 2009 07:23 |
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Giuseppe Gioachino Belli Biografia Nasce a Roma nel 1791, il suo nome completo è Giuseppe Francesco Rimane orfano di entrambi i genitori: il padre Gaudenzio - un computista pontificio con il quale Giuseppe ha avuto sempre un rapporto difficile - muore di colera nel 1802. Sua madre Luigia Mazio, giovane e bella, si risposa ben presto, ma muore nel 1807. Belli ha modesti impieghi privati e pubblici, passa il tempo tra biliardi, donne e piccoli teatri; deve ricorrere all'aiuto di padre Lodovico Micara (che diventerà poi cardinale) per trovare un posto da dormire presso il convento dei cappuccini. Nel 1810 inizia a scrivere e pubblicare. Fonda con altri l'Accademia Tiberina. A 25 anni, nel 1816, sposa senza amore («una donna mi prese per marito», scrive ironicamente in un sonetto autobiografico in italiano) una ricca vedova, Maria Conti, donna energica di 13 anni più vecchia di lui, da cui ha un unico figlio, Ciro. Raggiunta in questo modo una certa agiatezza, può dedicarsi con maggiore impegno agli studi e alla scrittura. Fa numerosi viaggi, a Venezia, a Napoli, a Firenze e Milano. A Firenze incontra anche Didier e Stendhal; a Milano fa il suo incontro fondamentale con le "Poesie" di Carlo Porta. Durante i suoi viaggi nelle Marche e in Umbria, conosce e si invaghisce della marchesina Vincenza Roberti da Morrovalle, cui dedica i sonetti erotici. Sono anni di felicità creativa (i "Sonetti" in romanesco) e di timide aperture ideologiche.
Nel 1828 si dimette dalla Tiberina e con un gruppo di amici liberali apre in casa sua un gabinetto di lettura. Nel 1837 muore la moglie. Ciò lo riporta in gravi angustie economiche. Angosciato per il futuro del figlio, nel 1838 chiede di essere riammesso all'Accademia Tiberina, e ottiene un impiego al Debito Pubblico. La repubblica mazziniana del 1849 lo sconvolge: brucia tra l'altro le minute dei sonetti romaneschi e scrive nel testamento che anche il resto della produzione romanesca sia bruciata «affinché non sian dal mondo mai conosciuti, siccome sparsi di massime, pensieri e parole riprovevoli». Per nostra fortuna aveva poco tempo prima affidato copia manoscritta dei "Sonetti" all'amico monsignor Tizzoni, che li conserva e, dopo la morte di Belli, li consegna quasi integralmente al figlio. Dopo la restaurazione del potere pontificio, Belli è eletto presidente dell'Accademia Tiberina. Muore nel 1863, per un attacco di apoplessia.
Opere I Sonetti sono la sua opera maggiore. Si tratta di una raccolta di 2279 sonetti in romanesco, composti per la maggior parte in due fasi: _ 1830-1837 (1867 sonetti); _ 1842-1847 (412 sonetti). Vivente Belli, ne furono stampati solo 23, ma uno solo con il suo consenso (si tratta de “Il padre e la figlia”, “Er padre e la fijja”). Belli si firmava “Peppe er tosto” oppure “996”, crittogramma che nascondeva le iniziali “ggb”. Un'ampia scelta comprendente 786 sonetti, insieme a poesie in italiano, ne pubblica il figlio Ciro ("Poesie inedite", 1865-1866). Seguono alla fine del XIX secolo una raccolta incompleta (1886-1889) e solo nel 1952 una prima edizione integrale e rivista sugli autografi. Questi dati e queste date sono significative del modo come la cultura letteraria ufficiale ha recepito la sua produzione: con censure e diffidenze almeno fino alla metà degli anni '50 del secolo scorso. Belli sceglie la vita del popolo come soggetto della propria opera perché vive in una società dominata dalla corruzione e dall’ipocrisia. Il popolano, per il suo stato di emarginazione, diventa in questa situazione l'unico depositario della verità "nuda" e “sfacciata” («fra noantri soli | se pò trovà la verità sfacciata», sonetto, 1808). Belli scrive in romanesco, ma occorre ricordare che quella plebe protagonista nei sonetti, è una plebe che in gran parte non sa né leggere né scrivere: quella plebe non avrebbe mai potuto "leggere" quei sonetti, che però circolano ben presto in forma orale. Per questo Belli sceglie il “segreto di pulcinella” (tutti a Roma sanno che lui scrive sonetti romaneschi) di nascondersi dietro pseudonimi e la circolazione clandestina. La Roma in cui Belli viveva, e che riflette, è una città che vive in una povertà disperata, con pochissimi detentori di una ricchezza sfrontata. Una città in cui lo sfruttamento del popolo arrivava al punto che le leggi sull'ordine pubblico erano rese più o meno severe a seconda del bisogno di manodopera gratuita, in modo da riempire le carceri di «braccia schifose» sufficienti a mandare avanti le poche fabbriche senza assumere nessuno. Un inferno in cui la paga settimanale di un operaio bastava per comprare olio da illuminazione, legna per riscaldarsi e pane sufficienti per due /tre giorni al massimo: per il resto bisognava arrangiarsi. Il furto e la prostituzione erano metodi di sopravvivenza. La scelta del romanesco era cosa diversa dal milanese, dal veneziano o dal napoletano: queste erano parlate comuni a tutti gli strati sociali delle rispettive società. Il romanesco invece, per un insieme di ragioni storiche, era un idioma esclusivamente privato e subalterno, usato solo dalla plebe o nella comunicazione domestica. Sceglierlo significava trasferirsi integralmente nelle strutture mentali e culturali della "turba". Belli come nessun scrittore realista italiano, attuò in pieno questo difficile transfert. Belli andava per osterie e botteghe, rubando ai parlanti battute, scene che riportava a volte fedelmente nei suoi sonetti. Come del resto provano i manoscritti, in cui si vede come Belli partisse proprio da frasi o battute, e intorno a queste costruiva il sonetto. Tra le cose migliori, “La creazione del mondo” (“La creazzione der monno”, sonetto 165, datato 4 ottobre 1831): «L'anno che Gesucristo impastò er monno, | ché pe impastallo già c'era la pasta, | verde lo vorze fà, grosso e ritonno, | all'uso d'un cocommero de tasta. || Fece un zole, una luna, e un mappamonno, | ma de le stelle poi di' una catasta: | su ucelli, bestie immezzo, e pesci in fonno: | piantò le pianne, e doppo disse: "Abbasta". || Me scordavo de dì che creò l'omo, | e coll'omo la donna, Adamo e Eva; | e je proibbì de nun toccaje un pomo. || Ma appena che a magnà l'ebbe viduti, | strillò per dio con quanna voce aveva: "Ommini da vienì , sé te futtuti"».
Roma, piazza Sidney Sonnino (quartiere Trastevere): monumento a Belli, scolpito in eleganti abiti ottocenteschi mentre s’appoggia alla balaustra di Ponte dei Quattro Capi. Detto ponte sul Tevere - il più antico esistente, ancora molto ben conservato, conosciuto anche come Pons Judaeorum e Ponte Fabricio - collega l'Isola Tiberina alla terraferma sul lato orientale, verso Campo Marzio. Come riportato dalla firma sul basamento, il monumento è stato ideato e scolpito da Michele Tripisciano (Caltanisetta 1860-1913) nel suo ultimo anno di vita.
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Dedicato a G.G.Belli
Vittorio Gassman recita quattro poesie del Belli (1995)

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Belli da giovane
Ritratto del Belli

